È un’attività che combina estetica e sostanza, richiede precisione e si basa su ricette più o meno consolidate che, tuttavia, occorre di volta in volta interpretare e adeguare al pubblico: non stiamo parlando di cucina bensì dello User Experience Design secondo Piero Ciarfaglia, cuoco sì, ma soltanto per diletto.

Nella maggior parte del suo tempo, infatti, lavora con startup o aziende di sviluppo software che intendono progettare o ri-progettare un loro prodotto (app o webapp). Il suo compito è capirne il funzionamento, renderlo semplice senza sminuirne la complessità, metterlo in ordine e fare in modo che parli la stessa lingua dei suoi utenti.

Piero si dichiara “nomade digitale” e trae ispirazione da tutti i colleghi – nomadi o meno – capaci di appassionarsi al proprio lavoro come alla propria vita.

È nato nerd – all’età di 5 anni si divertiva a (tra)scrivere programmi sul Commodore 64– ed è cresciuto designer, interessandosi alla grafica pubblicitaria e alla comunicazione.

Poi ho capito che con il Web Design – e poi, maturando, con lo UX Design – potevo unire le mie due anime: da un lato lo smanettone che si sporca le mani con i dati e dall’altro l’umanista che cerca di empatizzare con il suo interlocutore.

La sua carriera inizia ufficialmente all’età di 22 anni, quando, assieme a tre compagni di università, vince un concorso lanciato dalla Unipol Assicurazioni per realizzare un CD-Rom promozionale. Il risultato finale sarà un videogame o, meglio, un “edu-game” distribuito nelle tantissime filiali.

Successivamente crea l’identità visuale e progetta le prime versioni di Gnammo, la piattaforma che ha introdotto il “social eating” in Italia.

Quasi tutte le professioni cosiddette “digitali” potrebbero essere svolte in remoto, ma non tutte le aziende hanno il coraggio di permetterlo né tutti i professionisti hanno la disciplina per gestirlo.

L’incarico più prestigioso e impegnativo è stato quello per Prada: un ambiente lavorativo nel quale è necessario essere impeccabili, perché si hanno milioni di occhi puntati. Per tre lunghi anni si è dedicato alla loro prima presenza web e al loro primo e-commerce.

In ambito Data Visualization, invece, ha avuto una diffusione virale la “alcohol map” presente nel sito Ghost in the Data: una vera e propria mappa dei consumi globali delle più comuni bevande alcoliche (vino, birra e superalcolici), realizzata incrociando i dati, relativi al loro consumo, pubblicati dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità).
Il progetto vanta 500.000 visitatori unici ed è stato ripubblicato anche su webzine come Vox, Gizmodo e Fast Company.

piero ciarfaglia webing academy

Il metodo di lavoro di Piero somiglia proprio a quello di uno chef: è una persona curiosa, che non dà nulla per scontato, cura sempre i dettagli e ama la sua attività perché può svolgerla (quasi) ovunque nel mondo. Gli piace “smontare” la comunicazione altrui e provare a rimontarla in maniera creativa e ottimale, estraendone solo l’essenza ed eliminando ciò che non è davvero indispensabile.

È convinto, infatti, che lo “squalo” più pericoloso del mondo digitale sia proprio la complessità. Da un lato è difficile combinare il mare di informazioni – da filtrare con la nuova tecnologia – e la comunicazione di un’idea articolata a persone disattente. D’altro lato, ad avere sempre ragione non è tanto il cliente quanto il pubblico, inteso come la platea di destinatari del prodotto, da comprendere e servire.

Tuttavia, predomina una forte autoreferenzialità nell’universo delle professioni digitali: si cerca l’apprezzamento dei propri pari o si tende a sminuire la propria professionalità per assecondare le richieste del cliente. Questo problema è evidente soprattutto in Italia, dove ci sono tanti buoni professionisti e altrettanti clienti incapaci di valorizzarne le competenze.

Il problema è che spesso la risposta che diamo è la semplificazione: approssimiamo, cerchiamo sintesi superficiali, o nascondiamo la complessità sotto un tappeto, mentre ciò a cui dovremmo puntare è la semplicità.

Nel suo corso Data visualization: come (non) mentire con i dati fornisce proprio una overview sui rischi insiti nella data visualization e sulla necessità di costruire una comunicazione efficace a partire dall’interpretazione dei dati stessi.

Al termine del corso non dimentica mai di consigliare una dieta a base di alcuni account Twitter e alcuni siti da seguire, con la preghiera di non strafare, “perché leggere troppe cose è come non leggerne nessuna”.

piero ciarfaglia webing academy

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